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domenica 31 ottobre 2010

Claire

Chi parla?

Ciao, Willi! scusa, non ti avevo riconosciuto…

Chiedo scusa, capo. E adesso che hai acquisito nuovamente il tuo ruolo dominante di superiore e maschio, mi potrai perdonare per non aver colto subito che eri tu al telefono!

Scusa capo. Scusa per il capo e scusa per il maschio. Allora cosa succede in ufficio? Ci sono novità, la mia assenza ha procurato gioie a troppi colleghi? oppure è crollato il morale della truppa?

- Ah, così il giornale può fare a meno di me …Vabbèh, finchè sono ragazze ad ambire al mio posto e sei tu a decidere… mi preoccuperei di più se fossero uomini, ma tanto tu sei fedele al tuo Pierre.

- …

- senti Willi, perchè ogni volta che parlo di uomini mi chiedi come sta Matteo? Sì, sono gelosa. Ti faccio notare che non appena ho parlato di uomini hai chiesto del mio uomo

- …

- Le mie vacanze? cambia discorso. Sì, sospiro… porta un Parigino lontano dalla città per più di tre giorni e soffre di nostalgia. Lo sappiamo come sono fatti…vero, come siamo fatti. Le mie vacanze… E tu non hai niente da dirmi? Matteo sta bene. Certo. Forse un po’ stanco, ma sai come è. Un mese ingrassa perché è nervoso, il mese dopo dimagrisce perché è nervoso. Però la pancetta non gli cala…

- …

- Raccontarti… Non è facile. No, non ho litigato con Matteo. Sai perchè ci giro così a lungo intorno? Perché mi sono successe cose strane. Che non so cosa vogliano dire…e che non so se voglio dire…

- …

- Comunque ascolta. Niente lite con Matteo. E del vento del Sud - del suo Sud e forse del mio - potrei dirti che ho imparato a temerlo. No, non Matteo, il vento!

- …

- Caro, che sei. No. Povero Matteo! Non mi ha portato in barca con il brutto tempo, lasciamelo in pace e ascoltami. Sono stata da lui solo pochi giorni e non siamo andati in barca. Poi, siccome stava lavorando a un caso complesso e faceva di tutto per non lasciarmi sola sottraendosi a impegni importanti, ho deciso di andare a Tolone. Poco prima della città, ancora in collina, c’è una psicologa di Parigi che conosco che fa degli stage Ayurveda.

- …

- Esattamente. Valérie ha studiato molto a lungo alcune pratiche di rilassamento e concentrazione nel nord dell’India e in Nepal. Ti assicuro, visto che dal tuo silenzio traspare tutto il tuo scetticismo.

Mi aveva raccontato di questa sua casa a Tolone, mi aveva anche mostrato foto e invitato a trascorrere un periodo da lei. Si perdono tutti i contatti con l’esterno, ci si concentra sul proprio corpo e sulla propria mente, si fanno meditazioni, si recupera l’equilibrio.

- …

_ No, anche io sono profondamente occidentale. Almeno credo. Ma non per questo rinnego tutto quello che è diverso, esterno… Sì, E’ così. Avevo già fatto un altro periodo con Valérie nel Giura, l’anno scorso e dopo un primo smarrimento - forte smarrimento - devo dire che sono riuscita a concentrarmi e ottenere dei risultati. Alla fine del soggiorno mi sentivo più distesa, sentivo di controllare i muscoli alla perfezione, mi sentivo, come dire, più dilatata, capace comunque di reazioni energiche, non mi sentivo astratta, ma più padrona delle situazioni grazie a una certa consapevolezza del valore delle cose. Non so se riesco a spiegarmi. Sai bene quanto mi agiti se devo fare più di tre cose di fila. poi risolvo tutto, ma il senso del dovere, la voglia di non deludere chi mi ha caricato di una responsabilità, forse la voglia di non deludere me stessa dalla quale pretendo solo il massimo, mi porta a faticare molto, prima di essere soddisfatta di me.

- …

- Fiume in piena. dici giusto. Ricorda queste parole che riferisci a me e ascolta cosa mi è capitato.

- …

- come disturbata, come ti permetti? antipatico! Insomma ho telefonato a Valérie, ci siamo messe d’accordo, lei era felice di sentirmi. Allora mi sono fatta prestare la macchina da Matteo

- …

- Per fortuna sì. vecchia, ma funzionante. E’ una buona automobile, magari difficile da usare in città, ma dà un senso di sicurezza.

- …

- No, lasciami raccontare. Ho preso la macchina di Matteo, ti dicevo, e mi sono avviata verso Tolone. Autostrada fino a Hyeres, poi ho deciso di fare la strada normale, che è decisamente bella, tra le colline con il mare a sinistra che ti fa compagnia. Mi sentivo serena, il tempo era splendido. Sapevo che mi aspettava un periodo di dolore, perchè comunque ti devi forzare per fare uscire gli umori negativi, devi lavorare su te stessa con energia, fatichi. Però sapevo che ne valeva la pena. Arrivo a Tolone in un paio d’ore e la casa di Valérie devo dire è veramente bella. Immersa tra olivi e piante mediterranee con una enorme terrazza sul mare in posizione dominante sui calanchi che cadono a strapiombo a est di Tolone.

Valérie, molto premurosa mi mostra la camera dove devo dormire e nella quale alloggiano anche altre tre donne. Simpatiche. Due sui cinquanta e una ragazza di Lille sui trenta.

Avevo un futon molto semplice, anche un po’ troppo “monacale”

- …

- Lo ammetto, un po’ scomodo. In questi soggiorni si indossa solo una tunica. Non si può tenere altro con sé. Solo il minimo indispensabile per la pulizia personale e un paio di sandali bassi.

Mi sono sdraiata un’oretta, a non fare nulla, assaporando il rilassamento che mi avrebbe dato quel periodo.

Poi, prima di cena siamo scese, io e le mie compagne di stanza, e nell’atrio abbiamo incontrato gli altri ospiti. Saranno stati una dozzina in tutto. C’era uno che conoscevo, che avevo già incontrato nel Giura. Un bell’uomo, alto, massiccio, capace di far concentrare l’attenzione su di sé.

- …

- Senti, Willi. Allora non mi conosci. A parte il fatto che non sono capace di essere infedele, di Matteo sono innamorata. E poi quel tipo anche se oggettivamente bello e se vuoi magnetico, aveva qualcosa che mi incuteva un certo timore, mi teneva in guardia.

- …

- Sono d’accordo. Insomma questo tipo mi inquietava forse anche perchè sia lui che Valérie hanno subito cominciato ad essere un po’ troppo premurosi con me. Lui, questo Werner, dal momento in cui mi ha vista ha cominciato a circondarmi di gentilezze, a parlarmi di sé, a raccontarmi dei suoi viaggi in Oriente, del suo lavoro - deve essere un finanziere - e dell’incontro con Valérie e con la sua disciplina del corpo e della mente…

- …

- Penso anch’io, ma non lo avevo colto subito. Pensavo sinceramente più a una semplice voglia di protagonismo, sai questi manager che hanno bisogno di sentirsi al centro dell’attenzione…

- ….

- Willi! Non essere volgare, parli come Matteo!

- …

- Sì, ma delle reazioni di Matteo ti dirò poi. Ho cercato di stare sulle mie, di concentrarmi su di me e sul mio benessere. Ma sia Valérie che Werner mi pressavano. Dovevo vincere il disagio iniziale, che imputavo al fatto di essere arrivata da poco in quel gruppo di persone che volevo ritenere amiche. Abbiamo parlato un po’ del più e del meno, poi Valérie mi ha invitato nel suo ufficio per parlare con me e questo è normale. Quello che mi risultò strano fu all’uscita dalla stanza di Valérie incontrare Werner che casualmente passava di lì… E dai a farmi complimenti, a chiedermi di incontrarlo a Parigi, a cercare di approfondire diciamo la conoscenza…

- …

- Certo, che sono capace di tenere a bada gli uomini, ma l’atmosfera era strana. Non sapevo cosa dovevo fare. Cercavo di restare tranquilla, di non dar peso a quella presenza, ma lui non mi dava tregua. Io volevo solo stare rilassata, stare bene e trovare pace, mi capisci?

- …

- Beh, dopo due giorni non ce l’ho fatta più. Werner la mattina mi è entrato in camera e si è messo per terra accanto al letto su cui stavo ancora e si è messo a fissarmi. Le altre erano già scese. Ho avuto paura. Sono schizzata in piedi e gli ho chiesto cosa volesse da me. Niente, fa lui. Semplicemente osservarti. Ti rendi conto? Non sono così scema…

Gli ho nuovamente chiesto cosa volesse da me. Ero furiosa, ma lo sai, non lo dimostro. Sembravo controllata. Quel bellimbusto si alza, fa per avvicinarsi a me e alza le braccia. Lentamente, come se mi volesse abbracciare. Mi dice “non voglio niente da te, rilassati.” Forse mi ha detto “ti faccio un massaggio” o qualche scemenza del genere.

Non ho aspettato altro. Ho saltato il letto, ho preso le mie cose e sono schizzata di sotto senza guardarlo. Valérie era nel suo ufficio. Sono entrata da lei sbattendo la porta e le ho chiesto come permetteva a un tipo come quello di frequentare la sua casa, raccontandole tutto.

Lei mi ha elargito un ameno e distensivo sorriso. Ha posato la penna, si è alzata ed è venuta ad abbracciarmi. Poi ha iniziato a farmi un massaggio alle spalle, senza dire nulla. Mi ha fatto calmare, poi ha iniziato a dirmi di non preoccuparmi, che Werner era un amico e che dovevo assecondarlo se volevo veramente ottenere il massimo dal mio soggiorno da lei.

-…

- Esatto. Le ho risposto che non volevo assecondare uomini che non fossero il mio. Lei mi risponde che non dovevo fraintenderla e che da quanto lo conosceva, Werner da me non voleva altro che amicizia e forse un po’ di confidenza. Mi sentivo quasi convinta. Pensai che forse avevo esagerato e feci per tornare in camera. Ma come esco ti trovo il sorriso rassicurante di Werner dietro la porta.

Ti giuro: mi sono spaventata. Ha svicolato. sono corsa all’ingresso, dove c’è il guardaroba ho preso la mia borsa e sono fuggita. Salire in macchina e uscire dalla villa sgommando è stato un tutt’uno.

- …

- Aspetta! non è finita. Uscendo, non mi ero resa conto del tempo che faceva, se c’era traffico, che ora era, che direzione avrei dovuto prendere…semplicemente volevo sfuggire a quella situazione il più velocemente possibile. Come un automa.

- …

- Pensa che uscendo, senza riflettere mi sono diretta verso il centro città, scendendo per gli ultimi tornanti della strada costiera. Volevo andare verso l’autostrada, anche se non avevo la più pallida idea di dove fosse. Trovo delle indicazioni, le seguo e forse, in quel momento ho ritrovato un po’ di lucidità. Quel tanto che mi bastava per rendermi conto che avevo freddo, vestita di una sola tunica e che il cielo era completamente bianco. Sai cosa vuol dire un cielo bianco, compatto, senza uno sprazzo di sereno… Però era un cielo luminoso, diverso da quello di Parigi. Sto dicendo delle ovvietà, forse, ma è per dirti che mi colpì questa luce forte, che si percepiva. Scusa, riprendo a raccontarti. Finalmente trovo delle indicazioni, ero molto agitata… no, forse il termine agitata non è corretto. Non so come definire il mio stato d’animo con una sola parola. Ero scossa, delusa, svuotata. Per me Valèrie rappresentava un punto fermo e invece la cosa che era successa nella sua casa… come dire, la sentivo complice, colpevole, forse la causa di quanto era successo. Credevo e credo ancora che sia stata lei a intervenire su quel Werner perchè mi facesse quella corte pressante.

- …

- Non ti credere che interrogandomi sulla cosa non abbia avuto mille dubbi e abbia pensato la stessa cosa che dici tu ora, eppure, sempre mi torna la sensazione che sia come ti dico.

Ma scusami Willi, devo continuare a raccontarti, perchè non è finita, c’è un altro fatto strano in questa storia. Avevo trovato delle indicazioni per l’autostrada, come ti dicevo e le stavo seguendo con attenzione. Vivevo quei cartelli come una via d’uscita. Non ridere. Certo, ero stata così male, che quelle indicazioni mi stavano portando non verso l’autostrada, ma verso il recupero dell’equilibrio, dell’energia. E in realtà stavo recuperando velocemente lucidità. Volevo telefonare a Matteo, per avvertirlo che sarei tornata da lui entro sera, e sentire la sua voce, volevo un po’ di sicurezza.

Niente. In borsa il portatile non si trova. Stavo ricominciando ad agitarmi. A quel punto - ero su un viale molto bello, di platani, che saliva verso le colline - trovo un posto per fermarmi. C’era pochissimo traffico, quindi non ho avuto difficoltà. Accosto, freno, spengo e mi sono chiusa in macchina. Ero ancora molto nervosa. Mi metto a frugare nella borsa, alla ricerca del telefono che finalmente trovo. E sono anche riuscita a chiamare Matteo. Un sollievo. … Sì era in casa. Non gli ho raccontato tutto. Non volevo farlo preoccupare. E poi pensavo che nel tragitto fino a casa avrei avuto il tempo per riordinare i pensieri, per chiarire alcune cose. E’ stato felice di sentirmi. Sa essere così carino… Mi ha fatto venire voglia di abbracciarlo. Lo sai, gli basta una battuta. Ora nei miei pensieri si stava insinuando una immagine calda, piacevole. Pensavo a lui che mi accoglieva con uno sguardo da dietro alla finestra e che mi allargava il suo sorriso aprendomi il cancello. Stava avvolgendomi, riportandomi tranquillità. Credo che tu possa capire, ti giuro ho avuto così paura. Finita la telefonata non sono ripartita subito. Ho chiuso gli occhi con il telefono in mano e ho aspettato un po’. Sentivo che avevo bisogno di recuperare energia. Però mi sentivo più sollevata. Ed ecco che capita la cosa più assurda e strana di tutta la faccenda. No, non è finita, non ridere sciocco! Sai cosa mi ha fatto riaprire gli occhi? Il rumore della pioggia. Nel sud, in primavera è frequente che ci siano acquazzoni improvvisi. Sono violenti, anche pericolosi. E’ stato un attimo. Prima poche gocce sul cofano, poi, in lontananza uno scroscio compatto e un’immagine bellissima. Un muro d’acqua che cadeva a pochi metri dalla mia macchina. Sìì! Intorno a me poche gocce sparse e più in là, sulla strada una vera pioggia tropicale, un muro ti dico. Il cielo era tutto ugualmente coperto, bianco e compatto. Non sapevo cosa fare, se stare ferma, scendere e rifugiarmi in un portone, partire lentamente e riprendere il cammino… Tra tutte le alternative ho scelto la terza, la più stupida in effetti. Sono entrata in quella massa violenta di acqua. L’impatto della pioggia sulla macchina è stato fortissimo, non potevo immaginarlo. Pensa, la macchina di Matteo, non è più nuova, ma è sempre una berlina robusta, lui la tiene abbastanza bene. Il tergicristalli alla massima velocità faceva fatica a muoversi e in realtà non serviva a nulla. In più, il rumore! Non avrei potuto pensare ad altro anche se avessi cercato di concentrarmi. Ora sì dovevo essere spaventata. No, non voglio dire che quella pioggia mi era servita a ridare il giusto valore a quello che era successo prima, da Valèrie. Voglio dire che mi ha costretta a liberarmi di quello sgradevole… ecco! sgradevole è il termine giusto per definire la sensazione con cui sono uscita da quella casa. Scusa stavo dicendo che mi sono immediatamente liberata dal ricordo di Valèrie, perchè dovevo affrontare questa nuova situazione di pericolo. Il rumore era impressionante: fortissimo. E poi non vedevo nulla! Non potevo andare né avanti né indietro, non mi sentivo di accostare, di fare la benché minima manovra. Sarei sicuramente andata a sbattere da qualche parte…

Non accennava a diminuire. Intensa, incessante e io lì, in mezzo a quella pioggia. Senza poter fare né pensare a nulla. Ti assicuro. Ero con il freno tirato, i fari accesi, i lampeggianti in funzione… Mi sono anche messa a suonare il clacson a intermittenza per segnalare che ero lì. Cosa assurda, perchè con il rumore di quella pioggia, nessun mi avrebbe sentito se non dopo avermi tamponato. A un certo punto deve essersi alzato vento, perchè la pioggia ha cominciato a muoversi a raffiche. E mi ha permesso di vedere qualcosa fuori dal finestrino.

- …

Lo so che il mio racconto è angosciante, Willi, ma era la situazione ad essere angosciante! Allora, pioggia a vento, non di minore intensità, ma almeno con degli sprazzi di visibilità. Dalla discesa su cui mi trovavo con la macchina scendeva ormai un vero fiume d’acqua. No, non fango. Era acqua che mi sembrava pulita. Però era un vero fiume. Avevo fatto bene a non muovermi, perchè accanto a me c’erano macchine parcheggiate. Potevo solo stare ferma, impotente. Intanto la pioggia continuava e la strada era diventata un vero torrente. Avevo capito cosa sarebbe successo, ma non sapevo cosa avrei potuto fare per evitarlo. L’acqua cominciò a far muovere la macchina. Guarda, non sai come sono felice di poter essere qui a raccontarlo. Guardo dietro, fuori dalla macchina e intravedo che la strada continua in discesa diritta per parecchio, in fondo - forse a un chilometro - c’era una rotonda. La macchina che è pesante, ha cominciato a slittare, poi si è messa di traverso, poi si è sollevata. Mi sono sentita persa. Sarei voluta uscire. Ma sarebbe stato peggio. Volevo mettermi a piangere. Mi sono messa a urlare come una pazza. A schiacciare sul clacson, a cercare se vedevo una persona, qualcuno che potesse aiutarmi… la macchina era diventata una barca, in balia di un fiume in piena. Velocissima. Ho sentito parecchi urti. Non avevo più nessun controllo. Ero in balia della corrente. A un certo punto un colpo più forte mi ha fatto picchiare la testa contro il finestrino. Il rumore dell’acqua sulla macchina era più forte, in compenso mi ero fermata. Ho cercato di capire cosa era successo. Probabilmente, da una strada laterale l’acqua aveva spinto sul viale altre auto che avevano formato una specie di diga e io ci ero finita contro. Stavo piangendo, sentivo freddo, avevo la testa dolorante, non sapevo se sarei sopravvissuta… l’acqua continuava a correre addosso alla macchina che per fortuna resisteva alla sua violenza. Saranno passati ancora dieci minuti buoni in queste condizioni. Poi mi sono resa conto che stava smettendo di piovere. La pazzia del tempo nel sud della Francia. Lo sai bene, è stranissimo. Così quasi d’improvviso. Adesso vedevo. La macchina era poggiata contro un tronco a sua volta poggiato contro un camioncino. Intanto, anche se la pioggia era ridotta a poche gocce, dal viale il torrente continuava a fluire con forza. Mi resi conto che il pericolo non era finito. Non potevo scendere dalla macchina e in più, con la corrente sarebbe potuto arrivare qualche grosso detrito, non so, un’auto, un tronco e mi avrebbe potuto colpire in pieno. Per giunta non sapevo quanto solido fosse il punto di sostegno al quale la mia macchina era appoggiata! Guardavo con terrore verso la montagna e poi verso la città. E mi sono resa conto che avevo le gambe rattrappite. Era entrata acqua fino quasi all’altezza del sedile. Ho sollevato di scatto le gambe mettendole sul sedile accanto e sono nuovamente scoppiata a piangere. E’ assurdo. Io, che sono sempre alla ricerca del controllo, che sono a disagio se non sono padrona delle situazioni, ero in balia di altro. Sì, altro, qualcosa con il quale non riuscivo a instaurare un dialogo. Ti sembrerà folle questa visione, ma è esattamente quella che ho avuto. Perché se riesco a dialogare con le persone, spesso poi riesco a controllare i rapporti che costruisco. Invece in quella situazione -nella quale peraltro mi ero cacciata io - non avevo possibilità di tenere sotto controllo le cose. Era come se fossi stata violentata. Prima da due persone che da me volevano qualcosa, volevano essere loro a dominarmi, a possedermi, poi da questo fiume, così … totalizzante. Stavo facendo questi pensieri, quando l’acqua cominciò a calare. Prima smise di sbattere sui vetri, poi progressivamente e molto rapidamente il livello prese a calare. In pochi minuti si ridusse a dei rigagnoli che scorrevano lungo la strada. Avevo la borsa da qualche parte in cabina. Era sul sedile dietro. Avevo un freddo incredibile. Con un calcio sono riuscita ad aprire la porta accanto, che non era poggiata contro il tronco. Non ti immagini la quantità di acqua che ne è uscita! Poi sono riuscita a prendere la borsa, mi sono infilata un paio di jeans quasi asciutti e fregandomene del fatto che qualcuno mi avrebbe potuta vedere, mi sono tolta il vestito e infilata un maglione. Il rumore dei rigagnoli continuava ad essere l’unico della scena. Per il resto un silenzio surreale e in giro non c’era nessuno. Ho provato a tastarmi. Prima le braccia e le gambe, poi la testa, le dita delle mani, le spalle. Sembravo tutta intera. Mi sono decisa a uscire dalla macchina. Ero lì, in piedi accanto alla macchina di Matteo semidistrutta, cercando di chiamarlo al telefono quando… mi sveglio! Sì, Willi. Un sogno! Ma ti rendi conto? In realtà ero a letto, con Matteo accanto che ronfava e io non ero neppure sudata o scoperta, chessò, qualcosa che mi indicasse il motivo di un simile sogno! Certo, sogno, non incubo. Mi sento di chiamarlo così perchè ci ho pensato e ripensato. E non lo ritengo un incubo, perchè credo che tutti i passaggi che ho vissuto… Sì, ripeto sì, vissuto. Ho vissuto un sogno. Ti rendi conto, Willi, ho vissuto un sogno. Sono stata così contenta di essermi svegliata, con Matteo, essere a letto, tranquilla, serena, con l’unico problema che poteva essere svegliare il mio Matteo per fare colazione con lui, guardarlo, farmi guardare, giocare, e lui era tutto rannicchiato in posizione fetale che dormiva come un ghiro e sembrava sognare… lui sì, sembrava, sognare. o forse lui sognava realmente?

Renato Sarli ©

martedì 26 ottobre 2010

Place de la Republique

Renato Sarli ©


Se una ragazza non bella, però molto carina e dotata di una buona dose di fascino ti invita a casa sua e se casa sua è a Parigi, hai due possibilità. La prima: guardarti allo specchio intensamente, dritto nelle palle degli occhi, scrutarti e dire “Ma hai quarantacinque anni, una relazione stabile!” Continua a guardarti, almeno per dieci minuti. Dopodiché dovresti alzare il telefono, chiamarla e con grande savoir-faire dirle “Perdona cara, ma ho ricevuto in questo istante l’invito a esporre la mia teoria sui ciclotroni ellittici davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite riunita in seduta straordinaria proprio per l’occasione. Capirai, la gioia che mi avrebbe dato passare con te una settimana passeggiando per l’Ile del Cité, nel Marais, leggere Rimbaud seduti a un tavolino di Place des Vosges, ma dannazione! le date coincidono, capiscimi, è un momento delicatissimo e un’opportunità irripetibile per la mia carriera accademica”.

La voce dovrà essere contrita, dovrai essere credibile, balbettare anche un po’ stando comunque sicuro che non ti chiederà cosa sono i ciclotroni ellittici.

La seconda possibilità è quella di guardarti allo specchio intensamente, dritto nelle palle degli occhi, scrutarti e dire “ Ma hai quarantacinque anni, sei sposato, hai una relazione stabile, quando ti ricapita un’occasione come questa?” Continua a guardarti, almeno per dieci minuti, verifica che il fisico sia accettabile, dopodiché dovresti alzare il telefono, chiamarla e con grande savoir-faire dirle “Ciao cara. Sì, mi sono liberato. Va bene se ci vediamo domani sera alle nove a La Coquille?”

Tutte le ragazze di Parigi conoscono La Coquille, locale a la mode dove servono ostriche e vino fresco in un ambiente molto romantico, a due passi da Place de la Republique.

Lei cinguetterà un “D’accordo. Alle nove” seguito da un più che promettente “naturalmente sei ospite a casa mia…”

Ed eccoti a frugare su Internet alla ricerca del più economico dei voli. RyanAir, Volare, Violare, Pedalare, Air Mozambico,Chechenian Airlines… con ventidue euro arrivi a uno scalo parigino dal nome improbabile dal quale devi spendere 95 euro di taxi per arrivare alla più vicina fermata della RER che in un’ora e venti ti porterà alla Gare du Nord. Da lì, in un quarto d’ora di metropolitana sei alla Bastiglia, dove hai prenotato una camera per una (UNA!) notte. Tanto dopo dormirai da lei… Un vero signore. Così a cena le dirai “sai non volevo abusare della tua ospitalità, ho un albergo proprio qui vicino” consentendole di sorridere del tuo beau geste e di baciarti per ringraziarti dell’inutile eleganza e dirti “dai andiamo da me”.

Sei in albergo. Non senti la stanchezza. Le mandi un sms “sono a Parigi, a dopo” Doccia. Fredda. Così ti sveglia. 2 Nurofen. No, 3 per via di quel mal di testa causato dall’agitazione e dalla stanchezza, confessalo. Scendi, entri in un bar e ti spari una coca cola. Così ti sveglia. Compri delle sigarette. Così ti svegliano. Alle sei di sera ti senti stravolto.Torni in camera e chiedi di chiamarti alle otto. Ti sbatti sul letto e piombi nel sonno più profondo. Alle sei e quarantacinque ti svegli di soprassalto per la paura di non svegliarti in tempo. Resti a letto ancora una mezz’ora, poi decidi di farti un’altra doccia. Sei pronto. Davanti allo specchio, guardandoti non puoi esimerti dal dirti: “Ma hai quarantacinque anni, l’aria stropicciata di un reduce del Vietnam, come pensi di coincidere con le aspettative di una trentenne parigina assatanata?” Sconsolante. Ti fissi ancora. Uè Nino! Sei a Parigi! Ravvii i capelli, allenti la cravatta per non sembrare ingessato e parti. Vai a piedi fino a Place de la Republique. Sai che con le scarpe nuove il chilometro del viale potrebbe esserti fatale, ma non hai voglia di metro. Manca poco. L’appuntamento è lì, all’uscita della metropolitana dalla quale non stacchi lo sguardo. Ed eccola emergere dalle viscere della città, fresca e sorridente, con un tailleur che sembra ereditato dalla zia Pina, quella di Cernusco Lombardone. Ma è un trucco, per non essere troppo appariscente. Conserva l’abbronzatura dell’estate, non è bellissima, è carina e quando ti saluta ti vibra dentro, con la sua voce sessuosissima che ti fa dimenticare tutta le stanchezza e la tensione. Dopo il rito dei tre baci che ti permette di assorbire il suo profumo aspro quel tanto che basta a farti sentire in vena di galanterie e di svegliarti del tutto, la prendi sottobraccio e con un passo allegro che i tuoi piedi non ti perdoneranno, cominci a camminare lungo il viale, sparando cazzate a raffica, che però sortiscono il loro effetto, perché lei ride, ride e quel singulto che conclude la risata ti fa pensare “La serata si preannuncia doviziosa. Hai fatto bene a dar retta alla tua cattiva coscienza”.

Ed eccola, la noiosissima pioggia di Parigi. Non fate in tempo a guadagnare il ristorante che l’acqua scroscia. Prima due gocce, poi uno sgrullone, poi ancora due gocce, poi parte, continua, martellante, battente, inesorabile e inevitabile. Entrate in un androne. Il ristorante è lì, due portoni più avanti, ma arrivarci è un’impresa impossibile. Lei ride, tu ridi. Lei è bagnatissima, tu sei bagnatissimo. Eroico, estrai dalla tasca della giacca un bel fazzoletto bianco. Lo stendi, le chiedi permesso e cominci a detergerle le tempie, la fronte, il viso senza trucco, il collo aperto e lungo sopra l’ampia scollatura. L’atmosfera è cambiata. Lei non ride più. Ti fissa. Ti ferma la mano. Ti si accosta e ti bacia casta, ma sulla bocca. Ricambi. Lei ha trent’anni. La fissi. Carina. Guardi il fazzoletto. Ti ci soffi rumorosamente il naso suscitando di nuovo il suo riso argentino, così spezzare la tensione che si era creata troppo prematuramente e dimostrando di essere un uomo di mondo. Spiove. La prendi per mano e ti fiondi nel ristorante. Ridete come pazzi. E’ tutto perfetto. Sei lì e solo lì, hai dimenticato tutto il resto. La cena è leggera, conchiglie, pesce, verdurina, vino fresco e brioso. Siete occhi negli occhi. A dire il vero i tuoi occhi ogni tanto guardano più in basso, verso il decolleté che con le risate sobbalza. Lei ha colto il tuo sguado e –vigliacca- accentua la respirazione. “Garcon! L’addition! Et un taxi s’il vous plait.” Il tragitto in taxi fino a casa sua è breve, nella città ormai semideserta. Piove, ma voi siete felici. Si prospetta una notte di sesso acrobatico. Due piani senza ascensore non fiaccano il muflone che è in te. Baci. Via le scarpe. Il letto! Dov’è il letto? Baci. Intanto vi spogliate completamente. Il suo profumo ti intriga. Dai il meglio di te, che in realtà non è molto, vista la giornata che hai passato, ma lei non sembra farci caso, sembra invece gradire il tuo modo, i tuoi ritmi, le attenzioni che sai riservarle. Arrivate in alto, abbastanza in alto. Animalesco quanto basta, reciprocamente di soddisfazione, a giudicare da versi, gemiti, urla e ululati. Il grande relax che segue rischia di trasformarsi in sonno precomatico. Ti volti di scatto verso di lei. Nel buio ti guarda con occhi puntuti e la pelle visibilmente rilassata. I suoi bei seni ti guardano puntuti più dei suoi occhi. Baci tutto quello che puoi. Senti qualcosa, ma non basta. Ti alzi. Cerchi il bagno. Apri l’acqua della doccia. Fresca e tonificante. Sbrigati, cogli l’attimo! Sei pronto. Torni in camera, non senza urtare uno spigolo con la punta del piede sinistro. Ti adagi sul letto, ti volti verso di lei, ma lei ovviamente si è addormentata. Nel sonno sorride. Beh sono soddisfazioni che il maschio sa valutare. Puoi dormire anche tu. Riprenderai la discussione domani mattina. Il sonno è ristoratore. E quando lei ti sveglia baciandoti il petto ritrovi subito il tono necessario richiesto dall’occasione. Fuori, Parigi si è risvegliata nella pioggia continua sotto un cielo perfettamente grigio. E’ lenta Parigi quando piove. O almeno così te la vuoi immaginare in quei pochi istanti che le dedichi distogliendoti dal motivo che a Parigi ti ha condotto. Sono anni –diciamolo- che non passavi una notte come questa. Vai in bagno. E’ ora di farsi una doccia. Calda, stavolta. Torni a letto. Lei è uscita. Non prima di averti abbracciato e riempito del suo profumo. Un abbraccio che per te vale tanto quanto la notte trascorsa. Puoi finalmente pensare a ristorarti con un sonno che sarà profondo e dolce. Ti sveglia molte ore dopo lo squillo del telefonino. “ciao, cara” “ciao, come va?” Guardi fuori. Piove. Glielo dici. “Dove sei?” “Non so, in campagna. Comunque dovrei arrivare in orario. Tra… due ore esatte. Vieni in stazione? Glielo prometti. Ti alzi con calma. In bagno cominci a sciacquarti, a lavarti. Accuratamente, tanto hai tempo e poi la stazione è a tre fermate di metro dall’albergo. Ti lavi con calma e precisione. Togli gli odori, i profumi, i segni della notte. Indossi un abito fresco e metti in un sacco la giacca, la camicia, i pantaloni che avevi ieri sera. Piove, ma meno. E’ anche piacevole questa atmosfera così parigina. Per strada le macchine ingombrano ogni centimetro disponibile. Guadagni la metro. E’ ancora presto per andare in stazione, cambi linea e scendi a Le Chatelet. Cambi ancora linea e vai sulla Rive Gauche. Prima di uscire dalla metro depositi il sacco con gli abiti in un cesto della pattumiera. I netturbini non sono ancora passati, ma forse un barbone farà in tempo a trovarli. L’aria di Oltre Senna è sempre piacevole e hai tutto il tempo di gustarti un friabile croissant e un bibitone di caffè bollente. Quando arrivi in stazione stai benissimo, fresco, riposato, sereno. Il treno è puntuale e lei sembra aver dormito o almeno così vuole che tu creda. E’ radiosa, con il suo bel sorriso di quarantenne che non si arrende. La baci. Sa un po’ di treno, ma è logico. Ricambia. E’ contenta. tu e lei per tre giorni a Parigi!

“Facciamo colazione?” Lei parla, ride, ti coinvolge nella sua atmosfera calda, familiare. Andate in albergo, senza deviazioni. Vi abbracciate, vi amate, vi coccolate. Dormite un sonno profondo e dolce. Vi svegliate con il sorriso complice di chi si conosce a fondo, da tanto.

“E allora, la tua conferenza sui ciclotroni ellittici?”

“Direi bene, erano tutti molto interessati. Tombstone, di Glasgow, mi ha chiesto di andare a proporre la mia teoria al suo direttore. Pare che abbia dei fondi da investire…”

“Sarebbe stupendo! Anche se Glasgow…”

“Sì, ma ha un aeroporto internazionale. Non è così scomoda, anche se sono d’accordo con te non è il posto più bello del mondo”

E’ ora di affrontare Parigi. Anche se piove. Vuoi portarla a l'Orangerie e poi per cena alla Coupole. Lei si alza e accende la tv. E’ carina, mentre si pettina e si guarda allo specchio con un occhio al notiziario. Tu resti ancora un po’ a letto a gustarti la vista di lei che nuda armeggia per la stanza. Probabilmente ha capito ed è orgogliosa, compiaciuta dal fatto che tu la osservi. Quindi, con lentezza inizia a vestirsi. In tv la giornalista lascia spazio a un fatto di cronaca. Dal monitor i lampeggianti di polizia e ambulanze lanciano raggi colorati nella stanza. La giornalista informa gli ascoltatori di un brutale omicidio scoperto nel Marais. Una giovane donna, che abitava sola, è stata trovata affogata nella vasca da bagno. L’assassino non aveva lasciato tracce apparenti e la donna aveva lottato poco, prima di morire, segno che non si aspettava di essere aggredita. Sullo schermo compare la foto della ragazza. Non bella, ma molto carina, una trentenne con un’aria fresca e intrigante. Ti sembra quasi di conoscerla. Che morte assurda. Uscite. Non piove più. Passeggiare a Parigi è sempre una piacevole scoperta. Ripensi con un certo orrore alla ragazza uccisa. Doveva abitare lì vicino, visto il numero di auto della polizia che insolitamente sostano sulla via. E’ troppo tardi per entrare all’Orangerie. Optate per una galleria privata dietro l’Elysée. Ambiente fastoso, immenso, bianchissimo. Opere d’arte grige, misere, nichiliste. Non è quello che vuoi per il tuo stato d’animo e per il regalo che ti ha fatto lei raggiungendoti a Parigi. Un aperitivo, prima di cena ci sta. Vuoi farle assaggiare l’Izarra, stupirla, farla sorridere, forse un po’ ringraziarla di sopportarti da anni con le tue stranezze, le tue manie, la tua schizofrenia che ti vuole oggi dolce e comprensivo e domani burbero e scostante, quasi violento.

La Coupole, dove hai prenotato un tavolo vi accoglie con tutto il suo fascino e la sua storia e da come le brillano gli occhi sei stato all’altezza della situazione. La cena è perfetta, deliziosa, il dialogo fluido e leggero, i cibi e i vini sono memorabili.

Il ritorno in albergo, in taxi è un sentirsi vicini, promettersi l’un l’altro con sguardi teneri e complici. Ti senti stanco, ma vuoi donarti e donarle il piacere di una notte da ricordare. Il fresco della notte ti aiuta a cogliere la bellezza di quelle ore. Ti svegli presto. La luce filtra dalla finestra aperta del bagno. Lei dorme profondamente, serena, semicoperta solo dal lenzuolo. Tu hai bisogno di aria, della fresca aria del mattino. Senza far rumore ti vesti ed esci. Parigi non è ancora a pieno regime. Stanno alzando le prime serrande, puliscono le strade sulle quali le macchine riescono ancora a viaggiare a un’andatura decorosa. All’angolo è già apero un bel caffè, proprio di fronte all’edicola. Non c’è nulla di meglio della lettura dei quotidiani in una città ancora semideserta, facendo colazione. Il giornale parla ampiamente della vicenda della ragazza affogata. La sua foto, la casa, articoli su di lei, sulla sua riservatezza. E poi un articolo dal titolo gridato sulla repentina svolta delle indagini. Il caso ha voluto che sia stato fermato per un controllo routinario un barbone che aveva insospettito gli agenti perché indossava abiti di buon taglio, puliti, anche se stropicciati. Cosa che strideva con l’aspetto trasandato dell’uomo che si trascinava vicino alla stazione della metropolitana di sain Germain des Pres. I poliziotti hanno trovato nelle tasche dell’uomo un oggetto appartenuto alla ragazza assassinata. Lui, in stato confusionale e ubriaco ha negato anche se i fatti tendono a indicarlo come il probabile assassino che per rubare un po’ di soldi o per violentare la ragazza si era poi spinto fino ad ucciderla. Incredibile. Orribile. Alzi gli occhi dal giornale distolto da una moto che passa più vicina delle altre. Bella, Parigi. Piena di fascino. Anche se vi accadono vicende come questa. Paghi la colazione, butti il giornale, torni in albergo. Non vuoi che questa brutta storia turbi i due meravigliosi giorni che ancora devi trascorrere a Parigi con la tua compagna.

La Viola

Secondo i miei genitori, la pazza sono io. Mi occupo di disagio mentale da sempre. Ho quarantacinque anni, una laurea in psichiatria, una laurea in psicoanalisi, un master in alcoologia, ho fatto diversi corsi e da quando avevo diciott’anni frequento case di cura, riabilitazione, centri di disintossicazione. Adesso, da alcuni anni dirigo un centro nel quale vengono convogliati malati di alcune patologie complesse, disturbi della personalità anche gravi. In effetti, per una donna allegra e sportiva come me non è una cosa tanto normale… avrei potuto scegliere pediatria, oppure psicologia infantile, se proprio volevo occuparmi di psicologia. Sono le cose che mi ripete fino alla noia mia madre e le cose che quando un uomo con cui sto mi dice, causano l’immediata rottura della relazione da parte mia.

Eppure non sono una maschiaccia, anzi, ma alla mia indipendenza ci tengo con orgoglio e senza discussioni. D’altronde, nel mio lavoro ho sempre avuto un certo successo, sono riuscita a ottenere risultati di cui posso andare fiera. Certo, qualche sconfitta, qualche disastro mi è accaduto. Ma avendo a che fare quotidianamente con malattie mentali, è purtroppo abbastanza “normale”.

Circa vent’anni fa, ero da poco laureata, felicissima di ciò che stavo facendo, animata dal sacro fuoco, ma anche terribilmente spaventata per aver coscienza della difficoltà e della delicatezza di quanto stavo facendo. Il mio professore e nume tutelare mi chiese di assisterlo nella gestione di una comunità per tossicodipendenti. Ovviamente accettai, ma subito mi resi conto della follia che avevo commesso. Era giugno, la comunità ospitava una trentina di tossici pesanti. Tutti uomini, di età diversa, compresa tra i venti e i quaranta anni, rotti a tutte le esperienze. C’era chi si era fatto di crack, chi di eroina, chi si era fatto di lsd e chi aveva avuto l’onore di conoscere le nuove droghe sintetiche. Avevano tutti in comune una cosa, avevano aperto le pagine più laceranti che una persona possa conoscere, tanto da fargli perdere la coscienza di sé. Erano diventati vere proprie bestie, pronte a tutto pur di sopravvivere quel tanto che serve a farsi una nuova dose. Alcuni erano reduci dai carceri più abbrutenti, altri potevano contare su famiglie che si erano svenate pur di proteggerli dal carcere. Tutti avevano trovato nella cascina Fortemonte un’ancora. Erano ben consci del fatto che il lavoro in campagna, la cura di noi medici, la possibilità di stare lontani dalle periferie e dalla droga erano la sola scelta che avevano per tornare a ritrovare la dignità. Fermo restando che le loro menti devastate ricadevano in momenti di atrocità, annebbiate dall’esigenza fisica di provare il flash, trovare quel sollievo di un attimo dal quale si cade sempre più in basso.

Ma non basta. Non solo mi trovavo, ragazza carina e indifesa in un ambiente maschile pericoloso, ma essendo giugno, il mio prof. aveva architettato tutto per far sì che prendessi confidenza con l’ambiente per sostituirlo almeno quindici giorni in agosto, per una vacanza che non faceva ormai da oltre due anni. Quando mi resi conto della cosa, gli chiesi un incontro e scarmigliata e balbettante gli chiesi se mi volesse morta. Lui, calmo e serafico mi disse: “ma no, Gabriella, che dici? qui è tutto sotto controllo. Non sei sola, ci sono tre medici che vengono tutti i giorni a turno, c’è Pietro il fattore e i quattro ex. Poi io sono a meno di tre ore di macchina…”

“Tre ore di macchina? Calcolando che un drogato infoiato non cerca di soddisfare la sua partner durante una violenza sessuale e che quindi dura al massimo tre minuti, in tre ore faccio in tempo a farmi violentare sessanta volte (sono sempre stata brava in matematica)! In tre ore danno fuoco alla cascina ai fienili, alle stalle, si cucinano due mucche, si accoltellano, impalano Pietro e convincono i quattro ex tossici che hai inserito come tutor ad aprire la farmacia e fanno un party come non ne hanno mai fatti!”

Ero agitatissima e arrabbiata.

Mario, il mio Prof. no. Tranquillo, sornione, mi guardava con un sorriso velato, tra l’ironico e il commiserevole. “Ma Gabriè, che dici? Su, stai esagerando.” E cominciò a tessere le mie lodi, a ricordarmi il tirocinio fatto in un posto ben peggiore, a contatto con malati di mente criminali, a farmi immaginare una carriera luminosa fatta di riconoscimenti, convegni, conferenze, onori…

Bello e rassicurante, Mario mi fregò ben bene, così come sapeva fare. Sta di fatto che il primo agosto mi trovai sola a dirigere la comunità. Sulle colline dell’entroterra toscano d’estate fa un caldo da paura. Sudavo e non saprei dire se per la paura o per il caldo. Ma armata del mio migliore sorriso e decisa a dare di me l’impressione di una roccia incrollabile, mi recai a Fortemonte come tutti i giorni. Pietro e i ragazzi erano sotto il portico al tavolone e stavano definendo i compiti della giornata. Faceva già caldo di primo mattino e le cicale aumentavano quel senso di afa agostana con il loro incessante frinire. Mi salutarono come sempre e come sempre, un po’ scherzando chiesi chi di loro dovesse stare in campagna tutto il giorno. Sebastiano in particolare, quel giorno aveva terapia e dovevamo continuare ad affrontare un argomento doloroso di cui avevamo iniziato a discutere da una settimana, il suo rapporto con il fratello minore, più giovane di lui di tre anni e che era morto per un’overdose di roba tagliata male. Sebastiano era convinto di essere stato lui a mettere in circolazione quella roba schifosa e letale. L’eroina, quando diventa padrona di una mente, non fa più vedere le cose con razionalità e spesso, pur di ottenere un vantaggio economico, gli eroinomani sono disposti a tutto: tagliare la droga è un modo classico di fare la cresta sul valore della loro principale fonte di guadagno.

Sebastiano era un tipo violento, magro e nervoso, con i capelli lisci e lunghi che davano l’idea di non essere puliti, nonostante in comunità la cura del corpo era disciplinata con attenzione dai tutor che non facevano uscire nessuno dalla camera se prima non si era fatto doccia, lavato i denti, sbarbato e sistemato a dovere. Serve a dare ai ragazzi ordine, regole quotidiane, azioni da compiere, per ritrovare la propria fisicità, riconoscere il proprio viso, avere una figura in cui credere.

Mi avviai al piano di sopra, dove avevo lo studio. Entrai nel grande salone che dava ogni volta un senso di accoglienza e calore, così disordinato, pieno di cose, divani, colori, libri, strumenti musicali, quadri, pannelli su cui i ragazzi appuntavano disegni, frasi, ritagli costruendo un mondo di oggetti e segni del loro passaggio, della loro esistenza. Loro erano lì e il fatto di essere lì aveva un senso.

L’aria condizionata non era prevista. Fortemonte era finanziata da una fondazione alla quale contribuivano diverse persone non necessariamente benestanti coordinate da una anziana signora, cui l’eroina aveva strappato una figlia. La signora era invecchiata improvvisamente, ma aveva trovato nella fondazione una ragione di vita e le sue relazioni e la sua forza costituivano un capitale inestimabile per Fortemonte.

I ragazzi coltivavano i campi, producevano grano, ortaggi, pane, conserve, olio. Una parte della produzione veniva commercializzata al mercato del paese dove una volta a settimana si recavano a rotazione quattro ragazzi. Due dediti a vendere i prodotti alimentari, due a vendere gli oggetti realizzati nel laboratorio di carteria della comunità. Carte a mano, album, diari, quaderni, scatole, oggetti realizzati grazie all’impegno di un artigiano che veniva un giorno a settimana a insegnare ai ragazzi l’arte della carta.

Quel giorno faceva veramente caldo. Spalancai le finestre sul quadro rappresentato dalla campagna toscana e lasciai aperta la porta per far correre un po’ d’aria. In effetti, non si stava poi così male. Iniziai a studiare le mie cartelle, in particolare il caso di Sebastiano, che avrei visto nel pomeriggio. Sentii il furgone di Pietro che scendeva verso i campi con i ragazzi di turno, mentre intorno alla cascina sentivo le voci degli altri che attendevano alle altre occupazioni quotidiane. Pensai che aveva ragione Mario, tutto stava andando regolarmente, non dovevo preoccuparmi.

A metà mattina arrivò Armando, il collega che si occupava di alcuni casi molto difficili. Era un tipo strano, cicciotto, con la cravatta storta e il collo della camicia perennemente fuori posto, con i becchi alzati. Nonostante la sua aria tra il depresso e lo sfiduciato, Armando era un bravo medico, coscienzioso, stimato dai colleghi e capace di colloquiare con i ragazzi superando anche situazioni molto delicate. Passando mi salutò e si blindò nel suo studio. Mi rimisi al lavoro appuntando alcune cose che notavo dall’ultimo incontro con Sebastiano. Dal cortile le voci erano sparite, annullate dalla mia concentrazione, che però venne distolta da un coro di voci. “Dottorè, Dottorè!!!! Gabriella affacciate!” Un po’ scocciata per essere stata distratta, mi alzai e mi affacciai alla finestra pensando a uno scherzo dei ragazzi. Cinque di loro da sotto mi chiamavano parlando tutti insieme così da non farmi capire assolutamente nulla di quello che stavano dicendo. Sebastiano, il più grande e autorevole del gruppo li zittì, comprendendo il problema. “Dottorè scenni, ce stà la Viola che stà a sgravà”

Mi misi a ridere. “Ragazzi, io sono una psichiatra, non una ginecologa e tantomeno una veterinaria! Per giunta non ho mai amato le stalle. Chiamate Pietro al telefono e se serve il Dottor Cavicchia, il veterinario, ce l’avete il numero? Dov’è Alberto? (Alberto era uno dei tutor, quello che stava sempre alla cascina)”

Mi dissero che era dovuto andare in paese per una commissione in banca. Rientrai dopo avergli detto di chiamare Pietro. Mi rimisi a leggere e a studiare le mie carte, impermeabile ai rumori esterni.

Dopo neppure un quarto d’ora una nuova esplosione di voci mi richiamò alla finestra. Questa volta i ragazzi si agitavano e urlavano concitatamente. Fu Sebastiano a dirmi di scendere in modo convincente. Mi mostrò le mani sporche di sangue. Era pallido, cadde in ginocchio, mentre gli altri continuavano a berciare in modo convulso. Corsi fuori, chiamai Armando senza fermarmi e corsi giù. I ragazzi gridavano, ma sentivo anche un altro verso, quello di un animale dolorante, come se fosse ferito e in difficoltà. Sebastiano non era ferito e anche gli altri erano a posto, capii che qualcosa doveva essere successo alla vacca. Andammo correndo alla stalla. La Viola muggiva disperata col muso tirato dalla cavezza legata a un anello. Dietro di lei il vitellino urlava. Non capivo. Guardando meglio vidi che il vitello era ancora legato alla madre e che l’utero era uscito completamente, rovesciato al suolo. La Viola urlava in modo straziante. Cacciai d’imperio tutti tranne Sebastiano che riuscì a raccontarmi cosa stava succedendo. La situazione era terribile. Mentre Sebastiano raccontava io stavo telefonando a Pietro. Il vitello si era presentato podalico e faticava a nascere. La Viola spingeva, i ragazzi avevano provato ad aiutarla, incitandola, tirando per le zampe il vitello, ma niente, il parto era difficile.

Uno di loro (non si seppe mai chi fu l’astuto) ebbe un’idea. Presero il trattore, legarono le zampe del vitello al trattore e tirarono con quello. Ovviamente, in pochissimo il vitello venne alla luce, ma lo sforzo provocato alla madre causò la fuoriuscita dell’utero che ora giaceva al suolo tra liquami, paglia, liquido amniotico, in una poltiglia schifosa e maleodorante. Pietro sarebbe arrivato di lì a poco. Chiamai il veterinario, non sapendo che pesci pigliare, per giunta con la necessità di calmare i ragazzi che stavano perdendo completamente il controllo. Il veterinario candidamente mi disse di arrangiarmi, che era da un cliente e non poteva muoversi. Mi disse di tagliare il cordone ombelicale e rimettere dentro l’utero. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Urlavo disperata, lo minacciai di denuncia, gli chiesi come pretendeva che facessi una cosa del genere e lui ebbe l’impudenza di rispondermi, che ero un medico anche io…

Quando le mie minacce diventarono insulti alla categoria dei veterinari e gli dissi che avrei subito chiamato mio fratello giudice (barando) mi disse di calmarmi, di mettere guanti di gomma e di rimettere dentro l’utero, lui sarebbe arrivato appena possibile. Non so come feci a non svenire. Gli dissi che le condizioni dell’utero erano pessime, sporco di quella melma fatta di paglia, fango ed escrementi. Ma lui obiettò che le vacche sono forti, di tirargli una secchiata d’acqua fresca e rimettere a posto l’utero. Attaccai. I ragazzi mi avevano eletto a capo per come avevo gestito la cosa e maltrattato il veterinario. Due di loro si misero i guanti di gomma e iniziarono la penosa operazione, mentre la Viola continuava ad urlare con le zampe posteriori a terra che scalciavano in modo scomposto. Ero sicura che la vacca avrebbe contratto una setticemia. Troppa sporcizia. Il vitellino cominciava a tenersi in piedi sulle zampe traballanti e cercava la madre con versi di paura. La Viola continuava ad urlare e non riusciva ad alzare le zampe posteriori. Uno dei ragazzi vomitò, un altro piangendo continuava a chiedermi scusa, mentre Sebastiano guidava gli altri due che cercavano di restare freddi nonostante l’operazione che stavano compiendo. Arrivò Pietro, imprecando e di lì a poco anche Cavicchia, il veterinario. Era armato di un grosso ago e di un filo da pesca. Inorridii. Mi misi a urlare chiedendo cosa avesse intenzione di fare. Mi disse che sapeva lui cosa fare e che se non avesse cucito subito, l’utero sarebbe nuovamente uscito, al primo sforzo della vacca.

Pietro mi disse di andarmene, e che la responsabilità adesso era del veterinario.

Aveva ragione e poi dovevo occuparmi dei ragazzi, sconvolti dall’accaduto. Li feci venire con me. Si lavarono e poi davanti a una caraffa di limonata cercammo di calmarci tutti. Io dovevo mantenere le fila della situazione e non mi fu facile, essere presente con lo spirito, mentre sentivo la vacca lamentarsi e le voci alte, litigiose di Pietro e del veterinario.

Purtroppo, le mie conoscenze mediche mi dettero ragione. In una settimana la vacca morì. Diventò verde, gonfia, puzzava in modo indicibile. L’infezione si propagò rapidamente e non ci fu nulla da fare. Ero decisa a denunciare il veterinario, ma Mario mi convinse a non farlo. Una denuncia avrebbe sicuramente avuto ripercussioni sulla comunità, ci sarebbero state indagini sul nostro metodo di lavoro, sugli strumenti di cura, sulla sicurezza. Solo molto tempo dopo realizzai che Mario non volle un’indagine, perché sarebbe stato lui il principale responsabile, perché aveva lasciato la comunità alle cure di una neolaureata. I detrattori della comunità ci sarebbero andati a nozze.

I ragazzi rimasero sconvolti da quell’evento per parecchio tempo. Cercai però di dare un senso a quanto era accaduto, spiegando loro la differenza tra i ritmi ai quali siamo abituati nella vita moderna e i ritmi della natura. Se non si fossero fatti prendere dal panico, attendendo il veterinario, forse la Viola non sarebbe morta, la responsabilità che non era loro, invece era ricaduta su di loro proprio per non aver saputo guardare le cose con freddezza, aver agito d’impulso, senza pensare alle proprie capacità, alle conseguenze, tutte cose che fanno parte di un mondo di relazioni che un drogato perde, pensando solo a se stesso.

Piansero per giorni. Uno di loro si fece anche male per aver dato un pugno al muro.

lunedì 25 ottobre 2010

Enzo Baldoni è vivo

Non date retta alla televisione.
Ci ha fregati tutti un’altra volta. Me lo ha confidato un amico comune,
dirigente di un’agenzia multinazionale di cui per ovvi motivi non posso fare
il nome.
Attualmente Baldoni è a New York, si è sottoposto a diversi interventi di
plastica estetica, pesa settantotto chili, veste in doppiopetto gessato grigio,
è biondo e ha gli occhi verdi.
Ricopre il ruolo di iperceo del Gruppo WPP. I creativi vedono nel suo
sguardo un sognatore profondo, gli account e i manager alle sue dipendenze
vi leggono il piglio tenace del capo, i clienti la determinazione del leader e
la forza di chi li aiuterà a conseguire il successo.
Come è stato possibile tutto questo, si chiederanno i più ingenui. Da Baldoni
c’è da aspettarsi questo e altro. Sono anni che ogni mattina, di fronte allo
specchio del bagno, mentre si strappa i peli del naso si ripete: “ma a
sessantacinque anni, sarò in grado di interpretare il linguaggio delle
quindicenni? Sarò sufficientemente caustico per fornire battute salaci agli
amici attori? Sarò ancora carismatico per i clienti?…”
Per questo suo dubbio esistenziale aveva iniziato a scrivere e collaborare
con giornali, rinverdendo un’antica passione. Ma come resistere al fascino
del calambour, come chiudere in un cassetto l’abilità acquisita in tanti anni
nello scaravoltare parole per trarne significati…
E così alternava campagne pubblicitarie di successo a interviste e racconti
che i giornali accoglievano stupiti dalla facilità di linguaggio, dalla capacità
di entrare subito in relazione diretta con personaggi misteriosi, dal modo
semplice di comunicare fatti apparentemente complessi.
E’ quello che mi piace sperare e che crederò fino a che non troveranno un
corpo che sarà inequivocabilmente riconosciuto.

sabato 23 ottobre 2010

Azione di lancio della Maratona internazionale del Garda, con un percorso che si snoda tra Lombardia, Trentino e Veneto nella cornice dell'alto lago.

mercoledì 20 ottobre 2010

pop corn Prime Time

Una confezione per consumo domestico di pop corn ispirata al cinema. La confezione contiene un bicchierone dal quale gustare direttamente i pop corn.

Zafferano



Per Zafferano ho prodotto un film che presenta tutte le nuove collezioni di calici e bicchieri in vetro. Il film viene impiegato nell'ambito di fiere ed eventi. Regia e fotografia: Marco Ambrosi

portale Marca di Treviso

La proposta di un portale tematico dedicato al turismo. L'utente scopre il territorio sulla base di diversi temi che può selezionare (enogastronomia, storia, arte, natura…) nello stesso portale trova gli elementi di contatto per la prenotazione del soggiorno.

club di prodotto La provincia dello sport

Portale dinamico per il club di prodotto La provincia dello sport (Treviso). Un progetto complesso che consente a turisti di conoscere il territorio attraverso la propria passione sportiva, ospiti di alberghi attrezzati, con servizi e percorsi. Il sistema consente all'utente di individuare periodo, disponibilità, costi, servizi sulla base dei luoghi che vuole visitare e dello sport che pratica.

martedì 19 ottobre 2010

Juclas

Juclas produce impianti per l'enologia. La comunicazione deve essere semplice, diretta, molto tecnica. L'headline in questi casi gioca un ruolo chiave.

SiSi

Campagna incentive realizzata per SiSi. La soluzione cartotecnica del folder è mutuata dal design del pack.

Seat

Campagna pubblicitaria e materiali pop per il service Seat, Gruppo Autogerma. Copy e art: Renato Sarli, photo: Eros Mauroner

Valentina Cubi

Lancio del nuovo wine shop di Valentina Cubi. Una architettura avveniristica sullo sfondo delle colline della Valpolicella. L'azienda che può contare su vigne in posizione unica e un enologo di fama, sta entrando nel gotha del mondo del vino, raccogliendo consensi e ricevendo premi internazionali

Autogerma

Campagna incentive per Autogerma

Il catalogo completo di un'azienda di sistemi di illuminazione. Il lavoro ha comportato la riorganizzazione di tutto il materiale e la categorizzazione di tutti gli argomenti. Per le fotografie mi sono avvalso di due professionisti molto bravi, affidando a Luigi Facchinetti la realizzazione degli stil-life e a Eros Mauroner il lavoro di reportage per documentare le installazioni

komatsu




Mailing per Komatsu, leader mondiale delle macchine movimento terra. Ho realizzato diversi mailing per presentare le linee di prodotto e invitare a provare le macchine.

marketing territoriale

Provincia di Treviso, Provincia di Udine e Regione Carinzia mi hanno affidato dopo una gara la realizzazione di un progetto di marketing territoriale per la promozione del turismo rurale. Per Ruralnet ho realizzato le linee guida di promozione, il marchio, tutta la corporate identity, il progetto completo di un cofanetto contenente tre guide multilingue con indicazioni sull'ospitalità e le opportunità turistiche delle aree interessate.

lunedì 18 ottobre 2010

sudo

sudo, ergo sud
Campagna pubblicitaria per Colours&Beauty. Il trucco reinventato in funzione del target giovanile. Art e copy: Renato Sarli, photo: Mario Lafortezza

private label

Marchio per una linea private label del gruppo Alì. Il marchio è costruito impiegando l'accento del logo del flag come elemento base di un'illustrazione, un uccello che sceglie le cose migliori da portare nel proprio nido

young days


Logo per Young Days. E' stato impiegato per la mostra svolta agli Scavi Scaligeri di Verona, per il catalogo, i manifesti e tutta l'immagine del progetto

Campagna pubblicitaria per una sofisticata linea di lampade

La Tempesta


Per il Comune di Venezia, con il sostegno di Oviesse ho prodotto "La Tempesta" di Shakespeare, su progetto e regia di Betta Brusa. CdP: Giemme, Bergamo.

Neutral


Pizzolotto è leader di mercato nella produzione di detersivi sfusi. Per Pizzolotto ho progettato una linea di dispenser per la grande distribuzione. Questa linea si svincola dall'ambientalismo tout court, parlando di performance di prodotto in chiave di sostenibilità

Elitable, catalogo Joy. Design Renato Sarli

Parapendio


Campionato mondiale di Parapendio. Logo design, art e copy advertising: Renato Sarli

Campagna Atrend


Campagna pubblicitaria per il lancio della nuova linea Atrend realizzata dagli architetti Luciano Pagani e Angelo Perversi per Abbondinterni. Logo, cataloghi, folder, copy e art advertising: Renato Sarli, photo: Roberto Mancuso

Young Days


Copertina del catalogo di "Young Days" progetto che ha coinvolto 13 fotografi e altrettanti autori in una ricerca sull'universo giovanile. Il lavoro è sfociato in una importante mostra agli Scavi Scaligeri di Verona, con la realizzazione di un catalogo edito da Prearo e prodotto da Europrint di Treviso. Logo, art direction e graphic design di Renato Sarli

Doppia pagina per Colours& Beauty. Copy e art: Renato Sarli, photo: Mario Lafortezza

Nuova campagna Vason

On air la nuova campagna Vason Group. La forte esperienza del Gruppo nel campo dell'enologia è oggi uno strumento indispensabile per quelle aziende che vogliono produrre con attenzione alla sostenibilità. Copy e art: Renato Sarli